atrentanni dalla morte di peppino impastato
Inviato da ioxio il 9 Maggio 2008
Ritengo che oggi sia importante ricordare un altro trentannale importante, la morte di Peppino Impastato, giovane politico attivo nella sua Cinisi, feudo dello zio Badalamenti, oppostosi alla mafia locale e perciò alla sua stessa famiglia, trovando la morte nella tragica notte che fu, come citano i Modena City Ramblers ne “I cento passi”, “l’alba dei funerali di uno Stato”, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro nella Renault rosso in Via Caetani.
L’errore più grande che si può fare e che è stato fatto per tanti anni è stato accostare Impastato ad una figura spiccatamente politica, associandogli così un inspiegabile e colpevole silenzio che è stato superato definitivamente con l’attenzione mediatica su questo grande eroe dell’antimafia con il film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, per un impegno civile che non ha bisogno di bandiere nelle quali identificarsi.
Peppino nacque a Cinisi il 5 gennaio 1948, la famiglia Impastato era ben inserita negli ambienti mafiosi locali dal momento che una sorella del padre aveva sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Scriveva Peppino stesso in una nota autobiografica:
“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ‘65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale (L’idea Socialista, nel 1965) e un movimento d’opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali“.
Nel 1975 organizza il Circolo “Musica e Cultura”, un’associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All’interno del Circolo trovano particolare spazio il “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare”. Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra “rivoluzionaria” , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipò, con una lista che aveva il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi.
Venne assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi nella costruzione dell’autostrada Palermo - Punta Raisi per risparmiare i terreni dei mafiosi: il suo corpo fu dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani.
Alle successive elezioni però Peppino fu lo stesso votato e perciò eletto, seppur simbolicamente, in quel Consiglio Comunale, all’epoca caratterizzato da sempre dall’infiltrazione mafiosa.
Le indagini, in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio “eclatante”, dimostrarono dapprima il clima che ha caratterizzato un passato della terra di Sicilia fatto di gravi connivenze e omertà e che oggi, complice una continua presa di coscienza, ancora più encomiabile se si considera l’humus storico-sociale sul quale si è innestato il fenomeno mafioso, vede molta popolazione siciliana schierarsi da quella parte, all’epoca quasi vuota, di Peppino Impastato.
Il suo simbolo è rimbalzato prepotentemente agli onori delle nuove generazioni anche grazie a canzoni quali quella dei Modena City Ramblers, che riprende il titolo del bellissimo film di Marco Tullio Giordana, un ritratto spesso introspettivo della personalità di un eroe suo malgrado, come anche Mario Francese, uno dei primi giornalisti a scendere in campo contro la mafia e firmando così la sua condanna a morte nella “mattanza” firmata dai corleonesi, o come altri esempi della vita civile come don Puglisi, o della magistratura come Falcone e Borsellino, il cui sacrificio è servito sempre più a far vincere lo Stato su quell’antistato con cui per anni è andato a braccetto, connubio che a volte tragicamente torna a farsi vivo nelle vicende di un’Italia fatta di misteri che non si vorranno risolvere mai.
Il film di Giordana mostra in quel ritratto sempre attuale delle ipocrisie di una società che sceglie sempre di scagliarsi contro un nemico comune per sentirsi al sicuro della propria idea, pur sbagliata che sia, così si associa anche la rivolta nei confronti dei giovani comunisti di Cinisi, colpevoli di aver “rapito Aldo Moro”, da parte di quel mondo così apparentemente normale, la regola della vita cittadina, il mondo mafioso.
Il film ricorda il discorso di chiusura di Radio Aut, all’indomani della morte di Peppino:
“stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della campagna elettorale; non ci sarà nessun comizio e non ci saranno più altre trasmissioni, Peppino non c’è più, è morto, si è suicidato.
No, non sorprendetevi perchè le cose sono andate così, lo dicono i carabinieri e i magistrati: dice che hanno trovato un biglietto, “voglio abbandonare la politica e la vita”, questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione, e lui per abbandonare la politica e la vita che cosa fa? Se ne va alla ferrovia e comincia a sbattersi la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari.
Questo leggerete domani sui giornali, questo vedrete alla televisione, anzi non leggerete proprio niente
perchè domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante, il ritrovamento a Roma dell’on. Aldo Moro. ammazzato come un cane dalle Brigate Rosse, e questa è una notizia che fa impallidire tutto il resto, per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia, chi se ne fotte di questo Peppino Impastato.
Adesso fate una cosa, spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare, voi avete dalla vostra la forza del buon senso, quella che non aveva Peppino.
Domani ci saranno i funerali, voi non andateci, lasciamolo solo e diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo, e non perchè ci fa paura, perché ci da sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace.
Noi siamo la mafia e tu Peppino non sei stato che un povero illuso, sei stato un illuso, tu sei stato un nuddu miscato cu niente”.
Solo nel 2001 la Corte d’assise riconobbe Vito Palazzolo colpevole dell’omicidio di Peppino e lo condannò a 30 anni di reclusione. Nel 2002 infine, dopo numerosi commissioni d’inchiesta e numerosi processi, finalmente Gaetano Badalamenti fu condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio. Gli stessi sono successivamente deceduti.
Anni di una lotta continuata da Felicia , la mamma di Peppino, altra eroina della lotta di Peppino e dei suoi amici, scomparsa nel 2004 senza mai aver smesso di lottare e di scagliarsi contro la “famiglia” che la privò anche del marito, o come il Centro Studi Impastato (www.centroimpastato.it) con il fratello Giovanni, che spesso viene a farci visita nelle nostre scuole medie inferiori e superiori per raccontare la “sua” lotta alla mafia dopo la lotta di Peppino sulla strada di quei 100 passi, che sono a volte i passi che ci separano da tante realtà troppo più grandi di noi, così vicine, così lontane, ed un altro errore più grande che si può fare è credere che questi siano episodi lasciati a un passato che non tornerà o relegato ad una terra troppo facilmente etichettabile come mafiosa; quando invece tali esempi ci devono sempre ricordare di avere occhi, orecchie e labbra per parlare, testimoniare, denunciare i fenomeni malavitosi che caratterizzano anche le nostre terre, commessi da gente che spesso conosciamo.
“Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di niente.” (da I cento passi, Marco Tullio Giordana).
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